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Schengen sospeso, il confine torna simbolo politico

Il ritorno dei controlli interni riapre il dibattito sulla libertà di movimento europea

Il tempo perso è stato inferiore ad un minuto, ma il significato politico e simbolico dell’episodio è apparso assai più pesante. Di ritorno da Madrid a Milano, l’arrivo a Linate è avvenuto attraverso il percorso riservato ai passeggeri non Schengen, conseguenza della sospensione del trattato con la Spagna annunciata da Roma nel quadro della crisi di Ceuta.

Il controllo, nella pratica, è stato quasi impercettibile. Era tardi; sia il viaggiatore sia l’agente di polizia apparivano stanchi. È bastato mostrare rapidamente la carta d’identità, senza neppure doversi fermare davanti al gabbiotto. Anche alla partenza da Madrid la verifica era stata altrettanto sommaria: una breve occhiata al documento direttamente al finger.

L’esperienza alimenta il dubbio che la cosiddetta guerra dei passaporti fra Italia e Spagna abbia soprattutto una funzione comunicativa. Tanto più che la sospensione di Schengen viene collegata alla pressione migratoria su Ceuta, territorio nel quale il trattato non è in vigore. Il bilancio illustrato dal ministro Piantedosi, del resto, parla del respingimento di otto cittadini marocchini, che pare non provenissero nemmeno da Ceuta: un’origine plausibile, considerata la distanza marittima dalle coste italiane.

Il disagio operativo, dunque, è stato limitato. Diverso il piano emotivo. La reazione di una viaggiatrice, descritta come molto elegante ma di orientamento politico non identificabile con certezza, è stata furibonda e non ripetibile nei suoi termini. Non sembra un sentimento isolato: per una generazione abituata a muoversi in Europa senza esibire documenti alle frontiere interne, l’Unione europea è un’esperienza concreta prima ancora che un’architettura istituzionale.

L’Europa resta imperfetta, burocratica, incompleta e spesso incapace di decidere. Eppure esiste. Essere costretti, arrivando da Madrid, a transitare nell’area non Schengen di Linate può evocare la condizione di un viaggiatore dell’Ottocento che, pur sentendosi italiano, doveva presentare più volte il passaporto per raggiungere Roma da Milano in diligenza.

L’identità nazionale italiana e quella europea non sono necessariamente alternative. Per chi si riconosce in entrambe, la libertà di circolare nel proprio spazio politico senza controlli documentali ha un valore che supera la modesta incombenza di estrarre una tessera plastificata dal portafoglio. È un segno di appartenenza comune, nella prospettiva di un’Europa percorribile "dall’Atlantico agli Urali", secondo la formula richiamata da Karol Wojtyla.

Negli Stati Uniti, salvo ipotesi estreme come una scelta attribuibile a Trump, nessun cittadino si attenderebbe normalmente di dover mostrare un documento nel passaggio tra uno Stato e l’altro. Sono dettagli, forse quisquilie, ma capaci di rappresentare molto di più. Anche perché la libera circolazione europea è stata accompagnata, per la prima generazione cresciuta in questo assetto, dall’assenza della prospettiva di ritrovarsi in trincea contro popoli che un tempo venivano considerati nemici e che oggi sono concittadini europei.

red - 1270521

AVIONEWS - World Aeronautical Press Agency
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