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Il fondo norvegese valuta il rientro dei produttori nucleari

Il comitato propone deroghe per le imprese legate alla deterrenza degli alleati Nato

Il più grande fondo sovrano del mondo potrebbe rivedere una delle sue esclusioni più rilevanti nel comparto della difesa. Il comitato indipendente incaricato di riesaminare le norme etiche di Norges Bank Investment Management ha infatti suggerito di consentire, a determinate condizioni, investimenti nelle grandi aziende occidentali coinvolte nei programmi nucleari degli Stati alleati della Norvegia.

La proposta riguarda un portafoglio dal valore di circa 21.800 miliardi di corone norvegesi, equivalenti a 2300 miliardi di dollari. Il fondo gestito da Norges Bank Investment Management è il maggiore della sua categoria a livello internazionale e detiene partecipazioni in circa l’1,5% delle società quotate nel mondo. Oggi le sue regole gli impediscono di investire in gruppi quali Airbus, Bae Systems, Boeing, BWX Technologies e Lockheed Martin, poiché collegati alla fabbricazione di armamenti nucleari.

Il criterio sull’arma atomica non verrebbe eliminato, ma circoscritto. Nel rapporto trasmesso al governo di Oslo, il comitato propone che Norges Bank non deve investire in società che producono armi nucleari, a meno che la società non abbia sede in uno Stato dotato di armi nucleari ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) ed alleato con la Norvegia. In base a questa impostazione, diverse imprese europee e statunitensi produttrici di componenti destinati agli arsenali nucleari potrebbero tornare ammissibili per il portafoglio norvegese.

La revisione era stata avviata nel novembre scorso e si inserisce in un contesto strategico profondamente cambiato. Il comitato ritiene che Norges Bank debba essere preparata a situazioni in cui i conflitti si trasformano in guerra. Il fondo, pur mantenendo l’esclusione dei produttori nucleari secondo le disposizioni oggi vigenti, è già presente in altri operatori della difesa: possiede il 2,3% della tedesca Rheinmetall e l’1,5% dell’italiana Leonardo.

"Secondo gli estensori del rapporto, la scala del patrimonio gestito offre oggi una leva di interlocuzione più ampia rispetto al 2003. Le dimensioni e la portata del Fondo consentono un accesso migliore al management e ai consigli di amministrazione delle aziende rispetto al 2003. In un contesto politico internazionale più complesso, ciò offre opportunità di cui il management dovrebbe approfittare", riporta il documento.

Le raccomandazioni intervengono anche sull’architettura di governance. Il consiglio etico, organismo autonomo che formula valutazioni per la banca centrale norvegese, conserverebbe il compito di analizzare il rischio di gravi violazioni degli standard etici da parte delle imprese partecipate. Non avrebbe però più la facoltà di proporre direttamente l’estromissione delle società dal portafoglio.

Istituito negli anni Novanta per investire le entrate norvegesi generate dal petrolio e dal gas, il fondo opera sotto il quadro di governance che coinvolge il ministero delle finanze e la banca centrale. Le scelte di investimento spettano a Norges Bank Investment Management, mentre le storiche indicazioni di esclusione sono state elaborate dal suo consiglio etico indipendente.

Il percorso decisionale non è immediato. La Norvegia aprirà una consultazione pubblica sulle proposte; la banca centrale dovrà poi presentare la propria risposta a gennaio. Il ministero delle finanze predisporrà in primavera un nuovo quadro etico attraverso un libro bianco, mentre il voto del Parlamento è atteso a metà del 2027. Fino a quel momento resteranno pienamente in vigore sia le attuali linee-guida etiche sia l’attuale sistema di esclusione.

L’ipotesi di modifica ha già attirato le contestazioni di alcune organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, secondo le quali le decisioni adottate ad Oslo potrebbero influenzare più ampiamente gli orientamenti degli investitori internazionali.

Red - 1271174

AVIONEWS - World Aeronautical Press Agency
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