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Ex-Ilva, Cigs congelata fino al tavolo del 27 ottobre

Calderone rinvia l’esame; sindacati chiedono garanzie per Genova e l’indotto

La richiesta di Cassa integrazione straordinaria presentata dai commissari di Acciaierie d’Italia non sarà esaminata prima del 27 ottobre, data fissata per il confronto a Palazzo Chigi con il sottosegretario Mantovano. Lo ha precisato il ministro del Lavoro Marina Calderone, dopo la mobilitazione che ha portato gli operai dell’ex-Ilva ad occupare l’aeroporto di Genova. "Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria si atterrà pertanto al rispetto dei numeri e delle condizioni previste dal decreto con cui si autorizza l’autorizzazione alla fruizione della cigs fino al 28 febbraio 2027", ha dichiarato il ministro.

La protesta nello scalo genovese è maturata dopo l’annuncio del raddoppio della cassa integrazione, arrivato a sole 48 ore dalle garanzie fornite dai commissari sulla prosecuzione dell’attività. I lavoratori hanno consentito ai passeggeri di raggiungere i voli in partenza e, in serata, hanno lasciato l’aeroporto dopo avere ricevuto le rassicurazioni richieste. Accanto ai dipendenti dello stabilimento erano presenti lavoratori dell’indotto, personale aeroportuale, dipendenti di Ericsson coinvolti nella rispettiva vertenza sui licenziamenti ed universitari, che hanno esposto lo striscione "La vostra lotta è la nostra".

Per Fim Cisl, Fiom Cgil ed Uilm, la linea tenuta dall’amministrazione straordinaria è "schizofrenico ed incomprensibile, insulta i lavoratori e la città". Il delegato Fiom Armando Palombo ha ricordato che i tre giorni di presidio davanti alla prefettura sembravano avere assicurato 35 mila tonnellate di coils, destinate ad evitare il fermo di Genova: "Poi è arrivata la comunicazione della Cigs, chiediamo un impegno politico formale scritto per tenere le bocce ferme fino al tavolo del 27 ottobre con il sottosegretario Mantovano, fino ad allora non ci muoviamo: ci dormiamo qua".

La Fiom ligure ha sottolineato che il ricorso alla cassa integrazione non può riguardare 870 addetti su 915: "Tutti hanno capito, dalle forze dell’ordine alla politica, che noi 870 cassintegrati su 915 non ce li beviamo. Segniamo questo punto a nostro favore anche se la vertenza sarà ancora molto lunga". Oltre cento lavoratori dell’indotto, in prevalenza donne, rischiano inoltre il posto di lavoro.

A Torino, dove partecipava ad un incontro con l’unione degli industriali, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha indicato la cassa integrazione come conseguenza inevitabile dell’impossibilità di produrre: "Se gli stabilimenti non possono produrre la cassa integrazione è necessaria. Non vedo cosa altro si possa fare". Il ministro ha nuovamente collegato la situazione alla magistratura ed alla chiusura dell’area a caldo di Taranto, sulla quale la Cassazione deve decidere nel merito nell’udienza prevista oggi, senza richiamare le responsabilità di Acciaierie d’Italia.

Le opposizioni hanno chiesto ad Urso un’informativa urgente in Parlamento. Pd, Iv, M5s e Avs domandano la presentazione della strategia industriale, dei piani per ciascun sito, delle risorse immediate e certe per garantire continuità produttiva e indotto. Hanno inoltre sollecitato "cronoprogramma, scadenze ed obiettivi verificabili", sostenendo che la crisi dell’ex-Ilva abbia raggiunto una gravità non più tollerabile.

Resta aperto anche il confronto sul futuro degli impianti liguri. Il governatore della Liguria Marco Bucci ed il sindaco di Genova Silvia Salis hanno discusso pubblicamente della data della lettera con cui Acciaierie d’Italia avrebbe chiesto a Regione e Città metropolitana l’autorizzazione a lavorare coils conto terzi: Bucci ne ha annunciato l’esistenza, mentre Salis ha affermato di non averla ricevuta, rispondendo che "Bisogna essere molto cauti quando si danno notizie ai lavoratori". Regione di centrodestra e Comune di centrosinistra condividono tuttavia la richiesta di separare il destino degli stabilimenti liguri da quello di Taranto.

Sabato, a Taranto, circa tremila persone hanno partecipato alla manifestazione promossa da associazioni ambientaliste e dai soggetti che hanno avviato il procedimento legale per lo spegnimento degli altiforni. La richiesta è quella di fermare immediatamente gli impianti e di definire un piano di riconversione economica. L’attore e regista Michele Riondino, esponente del movimento, intervenendo su "La7" ha criticato Salis: "È lo stesso stabilimento e negli anni Novanta, con la chiusura degli altiforni a Genova la produzione è stata trasferita a Taranto che da allora paga da sola il prezzo ambientale e sanitario, come può il campo largo puntare ad ottenere un grande risultato se ha deciso, attraverso una sua esponente, di rinunciare al Meridione?".

red - 1271198

AVIONEWS - World Aeronautical Press Agency
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