Fallite le trattative Usa-Iran: stallo su Hormuz, uranio e fondi
Conseguenze politiche ed economiche: pressioni sui partner ed incertezza per il commercio marittimo
Secondo quanto riportato dal "New York Times", che cita due funzionari iraniani coinvolti nei negoziati, la trattativa tra Teheran e Washington è naufragata su tre nodi decisivi: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino di circa 900 libbre (408 kg) di uranio altamente arricchito e la domanda iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di risorse congelate all’estero.
Gli Stati Uniti avevano sollecitato la riapertura immediata del braccio di mare a tutto il traffico, ma l’Iran ha categoricamente rifiutato di cedere la sua leva strategica sulle rotte petrolifere, dichiarando che abbandonerà il controllo soltanto in seguito ad un accordo di pace definitivo.
Parallelamente, Teheran ha chiesto un risarcimento per i danni conseguenti a sei settimane di raid aerei e la liberazione delle entrate petrolifere bloccate in Paesi come Iraq, Lussemburgo, Bahrain, Giappone, Qatar, Turchia e Germania, destinandole alla ricostruzione — richieste respinte dalla delegazione statunitense.
Un ulteriore punto di attrito è stata l’esigente richiesta dell’amministrazione Trump di cedere o vendere l’intero stock di uranio quasi di grado fissile; l’Iran ha avanzato una controproposta, ma le posizioni non sono convergenti.
Dopo 21 ore di colloqui in un albergo di Islamabad (vedi AVIONEWS), il vicepresidente JD Vance ha dichiarato che sono state tracciate linee rosse chiare ed i margini di compromesso, senza però entrare nei dettagli. L’esito segnala una fase di stallo strategico con implicazioni dirette sulla sicurezza marittima, sul controllo degli asset nucleari e sulle leve economiche internazionali.
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