Fcas, aereo europeo tra stallo politico e divisioni industriali
Budget in crescita: il futuro del caccia resta senza una rotta comune
Il dossier Future Combat Air System (Fcas) rischia di chiudersi senza aver mai trovato una vera architettura industriale condivisa, e nel settore cresce l’idea che l'aereo caccia europeo del futuro possa invece nascere da due programmi separati (vedi AVIONEWS). Francia e Germania restano però prigioniere di un’equazione irrisolta: Parigi non dispone delle risorse per avanzare da sola, mentre Berlino non ha il patrimonio tecnico per sostituirla. In questo quadro, l’annunciata cancellazione del progetto lascia aperto un interrogativo sostanziale: come si è arrivati a questo esito?
La risposta ufficiale punta dritta sui contrasti tra Dassault, che rappresentava la Francia e rivendicava la guida dello sviluppo del caccia, ed Airbus, portavoce di Germania e Spagna, che pretendeva invece un’impostazione paritaria. La mediazione politica non è bastata a ricomporre un dissenso rimasto intatto fino alla fine. Il progetto, lanciato nel 2017 da Emmanuel Macron ed Angela Merkel, con l’adesione della Spagna due anni dopo, era stato definito a livello politico senza una consultazione dell’industria, proprio mentre il contesto geopolitico e la condotta della guerra stavano cambiando in profondità.
A fine maggio, l’amministratore delegato di Airbus, Guillaume Faury, ha affermato che, alla luce della guerra in Ucraina, il progetto non era più realizzabile. Per Antoine Kimmel, esperto di aerospazio e difesa della società di consulenza internazionale Roland Berger, il dibattito si è concentrato sul bersaglio sbagliato: “ci stiamo concentrando sul dibattito sbagliato”, ha osservato, richiamando l’attenzione sull’uso massiccio dei droni e sui limiti che essi hanno messo in evidenza per i caccia davanti a queste nuove minacce.
Il mutamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche il modo in cui le aeronautiche militari impostano le loro priorità. Per Mike Schoellhorn, responsabile del Future Combat Air System (Fcas) di Airbus, il compromesso progettuale è sempre meno tollerabile. Lo stesso punto è stato richiamato da Florian Aknin di Roland Berger, secondo cui il programma era nato in una fase di bilanci della difesa stagnanti, se non in diminuzione, quando era necessario mettere in comune le risorse; oggi, invece, il quadro è diverso, con budget in aumento per fronteggiare la minaccia russa e il disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato.
In parallelo, Airbus dovrebbe annunciare ufficialmente giovedì a Berlino un’alleanza di otto aziende, quasi tutte tedesche, per lavorare a un caccia di sesta generazione, considerato un’alternativa all’Fcas. Ma l’iniziativa, avvertono gli osservatori, ha il sapore del lobbying: “non è un consorzio che costruirà l’aereo del futuro”, ha sottolineato un esperto europeo, facendo notare anche l’assenza di imprese spagnole e la presenza di soggetti come il produttore europeo di missili Mbda, giudicato estraneo al settore aeronautico.
Il nodo delle competenze industriali pesa quanto quello politico. Da costruttore del Rafale, Dassault dispone del know-how per realizzare un caccia completo “dalla A alla Z”, mentre Airbus non possiede internamente questa capacità. Lo stesso è accaduto con l’Eurofighter, per il quale il gruppo si è appoggiato all’esperienza di Bae Systems e Leonardo. Una collaborazione con la svedese Saab appare improbabile: “Saab produce piccoli aerei per la sorveglianza delle frontiere”, osserva un altro esperto del settore europeo.
Dal lato francese, il governo rivendica gli investimenti già effettuati: dall’avvio del progetto sono stati impegnati 2,5 miliardi di Euro in Francia, metà destinati allo sviluppo in piena autonomia e metà allo sviluppo in collaborazione. Il ministro della difesa Catherine Vautrin ha spiegato che ciò consentirà di continuare a lavorare su un aereo da caccia entro il 2040. Tuttavia, sul piano industriale e finanziario, la sostenibilità di un percorso solitario resta controversa.
Dassault ha più volte sostenuto di poter fare tutto da sola. La posizione, però, incontra obiezioni nette. Stéphane Audrand, consulente indipendente e ricercatore associato all’Ifri, scrive su LinkedIn che la Francia non può permettersi da sola un caccia di sesta generazione, soprattutto senza condividere le tecnologie di base; a suo avviso, “sta volgendo al termine l’era in cui altri Paesi acquistavano i nostri aerei senza alcun scambio tecnologico”. Secondo un’altra fonte, Dassault potrebbe cercare sbocchi in Paesi come gli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, la Germania si trova in una posizione finanziaria forte grazie ad ingenti budget militari, ma questa condizione potrebbe non durare: il Paese deve infatti fare i conti con la “distruzione di posti di lavoro nell’industria” e con la “dipendenza” da costose fonti energetiche estere.
AVIONEWS - World Aeronautical Press Agency