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CLARA MOSCHINI

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Iran, Israele ed Usa: la cronologia della crisi nucleare

Dalle ombre del sabotaggio alla guerra aperta sul nucleare mediorientale

Dal nuovo fronte apertosi nel biennio 2025-2026 alla lunga genealogia della crisi, la traiettoria che lega Iran, Israele e Stati Uniti mostra una progressiva trasformazione dello scontro politico e strategico in un confronto diretto, segnato da operazioni coperte, attacchi contro infrastrutture sensibili, raid mirati e una crescente centralità del dossier nucleare. Per ricostruire la sequenza, conviene partire dall’ultimo snodo della cronologia, quello in cui la tensione regionale è ormai sfociata in una crisi aperta con riflessi interni iraniani e con il coinvolgimento esplicito di Washington.

Il 30 gennaio 2026, in risposta alla decisione dell’Ue di designare i pasdaran come organizzazione terroristica, l’Iran reagisce a sua volta classificando come terroristi "gli eserciti dei paesi che hanno partecipato alla recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche". Il ministro degli esteri, Abbas Araghchi, definisce la mossa europea un "errore strategico". Il 29 gennaio, il Consiglio dell’Ue aveva imposto sanzioni a 15 persone e sei entità ritenute responsabili della repressione in Iran, tra cui il ministro dell’interno e comandanti dei guardiani della rivoluzione; nello stesso giorno, i ministri degli esteri avevano concordato di inserire i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche. Teheran aveva replicato parlando di "grave errore strategico" e, il giorno successivo, aveva annunciato che specularmente gli eserciti dei Paesi europei sarebbero stati considerati terroristi.

Già nei giorni precedenti, il conflitto politico interno iraniano era tornato ad intrecciarsi con la pressione esterna. Il 28 gennaio 2026, Donald Trump scrive su "Truth" che spera che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative per negoziare "un accordo giusto ed equo -niente armi nucleari- che sia vantaggioso per tutte le parti; altrimenti, avverte, il prossimo attacco sarà molto peggiore. Nello stesso messaggio aggiunge che un’imponente armata si sta dirigendo verso l’Iran e che è pronta a compiere rapidamente la sua missione, come in Venezuela, con rapidità e violenza, se necessario". La missione iraniana all’Onu replica che "l’Iran è pronto al dialogo basato sul rispetto reciproco e sugli interessi comuni, ma se spinto all’angolo, si difenderà e risponderà come mai prima d’ora". Araghchi insiste a sua volta: le forze armate iraniane sarebbero pronte, "con il dito sul grilletto, a rispondere immediatamente e con forza a qualsiasi aggressione contro la nostra amata terra, aria e mare; al tempo stesso, sottolinea che l’Iran ha sempre accolto con favore un accordo nucleare reciprocamente vantaggioso, giusto ed equo, su un piano di parità e libero da coercizioni, minacce e intimidazioni, che garantisca i diritti dell’Iran alla tecnologia nucleare pacifica e assicuri l’assenza di armi nucleari". Anche Ali Shamkhani, consigliere politico della guida suprema Ali Khamenei, avverte che un "attacco limitato" sarebbe "un’illusione" e che qualsiasi azione militare statunitense, qualunque sia la sua origine e il suo livello, verrebbe considerata l’inizio della guerra: la risposta, dice, sarebbe immediata, totale e senza precedenti, colpendo "il cuore di Tel Aviv e tutti coloro che sostengono l’aggressore".

La fase più delicata si apre però già a metà gennaio, quando la crisi interna iraniana si sovrappone alla minaccia di un intervento americano. Il 26 gennaio 2026, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani annuncia che, nella riunione del Consiglio Affari esteri prevista per il 29 gennaio, proporrà insieme ad altri Paesi europei l’inclusione dei Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche e l’adozione di sanzioni individuali contro i responsabili degli atti efferati commessi durante le proteste. Teheran convoca per questo l’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei, per contestare dichiarazioni ritenute "irresponsabili". Due giorni prima, il 24 gennaio, Iran International, canale dell’opposizione con sede a Londra, riferisce citando due fonti vicine al governo che Khamenei si sarebbe trasferito in uno speciale rifugio sotterraneo a Teheran, dopo che alti funzionari militari e di sicurezza avevano valutato un aumento del rischio di un potenziale attacco statunitense; secondo la stessa ricostruzione, Masoud Khamenei, terzo figlio della Guida suprema, avrebbe assunto la gestione quotidiana dell’ufficio del leader. Il 23 gennaio, Trump dichiara che "Abbiamo molte navi che stanno andando verso l’Iran, per ogni evenienza, parlando di una grande flotta diretta in quella zona e di una grande forza" pronta a muoversi verso l’Iran; nello stesso giorno, il procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi respinge come "completamente false" le parole del presidente americano, che aveva sostenuto di aver fermato l’esecuzione di 800 persone arrestate nelle proteste anti-governative. Il 21 gennaio, la televisione di Stato iraniana diffonde il primo bilancio ufficiale delle vittime delle proteste, parlando di 3117 morti. Il 18 gennaio resta invece incertezza sul destino di Erfan Soleimani, giovane arrestato per aver partecipato alle manifestazioni e condannato a morte: secondo fonti israeliane sarebbe stato giustiziato, mentre l’ong Hengaw sostiene che sia vivo e che abbia potuto incontrare brevemente i familiari. Il 17 gennaio, Khamenei afferma che i sediziosi nazionali e i criminali internazionali non saranno risparmiati e definisce Trump un criminale responsabile di vittime e danni al nostro Paese; il presidente americano replica che tutte le opzioni sono sul tavolo e che è tempo di cercare una nuova leadership per l’Iran. Il 16 gennaio, il capo della polizia iraniana, generale di brigata Ahmad-Reza Radan, sostiene che l’ordine sia stato ristabilito e attribuisce il risultato alla cooperazione tra popolazione e forze di sicurezza, affermando che per grazia di Dio e con la presenza consapevole del popolo, l’ultimo chiodo è stato piantato nella bara del terrorismo. Nello stesso giorno, dagli Stati Uniti, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, promette che il regime cadrà e che lui tornerà in Iran per guidare il movimento che riprenderà il nostro Paese dalla forza ostile anti-iraniana che lo occupa. Il 15 gennaio, l’inviato dell’Iran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, sostiene che Trump avrebbe informato Teheran che non attaccherà il Paese e che ha chiesto all’Iran moderazione; aggiunge di aver ricevuto indicazioni secondo cui il presidente americano non voleva la guerra e chiedeva all’Iran di non colpire gli interessi statunitensi nella regione. Gli Usa, però, varano nuove sanzioni contro funzionari iraniani ritenuti responsabili della repressione, tra cui Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Il 14 gennaio gli Stati Uniti invitano i membri non essenziali presenti nella base di Al Udeid, in Qatar, a lasciare la sede per precauzione; anche il Regno Unito riduce il proprio personale nella stessa installazione, già presa di mira dall’Iran nel giugno precedente. Sempre il 14 gennaio, Trump afferma che gli Stati Uniti sono stati notificati del fatto che le uccisioni in Iran si sono fermate e che non ci sono piani per esecuzioni, aggiungendo che si verificherà la situazione. Il 13 gennaio, il presidente americano si rivolge ai patrioti iraniani invitandoli a continuare a protestare, perché l’aiuto da parte degli Stati Uniti è in arrivo; Mosca reagisce parlando di minacce inaccettabili e prospettando terribili conseguenze. Il Dipartimento di Stato americano invita inoltre i cittadini statunitensi a lasciare il Paese. L’11 gennaio, mentre cresce la repressione contro i manifestanti, il numero delle vittime, secondo alcune associazioni di attivisti, salirebbe oltre quota 2mila fino a superare 10mila, con le comunicazioni dall’Iran quasi interrotte per via del blocco di Internet; Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, avverte che l’esercito americano e Israele sarebbero bersagli legittimi in caso di attacco americano. Il 2 gennaio 2026, dopo le proteste scoppiate il 28 dicembre 2025 per la crisi economica e poi estese contro il regime in tutto il Paese, Trump scrive su "Truth" che, se l’Iran sparerà e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come suo costume, gli Stati Uniti interverranno in loro soccorso. Teheran risponde che un’eventuale azione militare americana porterebbe il caos nell’intera regione mediorientale.

La sequenza di eventi militari che precede questa fase ha però origine nel 2025, quando il confronto diretto supera definitivamente la soglia della guerra per procura. Il 28 giugno 2025, migliaia di persone partecipano a Teheran ai funerali del capo della Guardia Rivoluzionaria, generale Hossein Salami, e di altri alti comandanti e scienziati nucleari uccisi durante la Guerra dei 12 giorni con Israele; in totale vengono celebrate le esequie di 60 persone, fra cui quattro donne e due bambini, mentre la folla grida morte a Israele e morte all’America. Il 24 giugno 2025, nella notte tra il 23 e il 24, Trump annuncia un cessate il fuoco pienamente concordato tra Israele e Iran, definendo conclusa quella che chiama la Guerra dei 12 giorni. Il presidente americano elogia i due Paesi per l’intelligenza e il coraggio dimostrati; la tv iraniana conferma lo stop alle ostilità dicendo che è stato imposto a Israele dopo il successo dell’attacco iraniano alla base statunitense in Qatar. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, afferma che Israele ha raggiunto tutti i suoi obiettivi, eliminando una duplice minaccia esistenziale immediata, sia nel campo nucleare che in quello dei missili balistici. A un’ora dall’entrata in vigore della tregua, due missili balistici vengono lanciati dall’Iran verso il nord di Israele, che annuncia un’immediata rappresaglia; Teheran smentisce la violazione dell’accordo. Una telefonata fra Trump e Netanyahu raffredda la crisi, e il tycoon attacca entrambi i Paesi dicendo che sono due Paesi che combattono da così tanto tempo e in modo così duro che non sanno più che cosa stanno facendo. Il 23 giugno 2025, l’Iran lancia missili verso la base americana di Al Udeid in Qatar in risposta all’aggressione statunitense, con un numero di missili pari a quello delle bombe sganciate dagli Usa sui tre siti nucleari iraniani colpiti nella notte tra il 21 e il 22 giugno. Il Qatar era stato avvertito in precedenza e anche gli Usa avevano messo in sicurezza le basi, senza danni registrati. Nello stesso giorno Israele attacca pesantemente l’Iran, colpendo anche il carcere di Evin; poche ore prima, Araghchi era stato ricevuto al Cremlino da Vladimir Putin, che aveva definito il raid americano un’aggressione immotivata e priva di giustificazione. Il 22 giugno 2025, nella notte tra il 21 e il 22, gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan. Trump parla di spettacolare successo militare e avverte che, se non arriverà presto la pace, verranno colpiti altri bersagli; Netanyahu esalta la coraggiosa decisione americana che cambierà la storia. Masoud Pezeshkian replica che risponderemo con durezza, fermezza e in modo tale da far pentire chi ci ha aggredito. Il 21 giugno 2025, secondo indiscrezioni, Khamenei avrebbe nominato tre successori in caso di morte e si sarebbe rifugiato in un bunker per timore di essere ucciso; né PezeshkianAraghchi sarebbero riusciti a contattarlo per informarlo di una richiesta della Turchia di un incontro con alti funzionari statunitensi a Istanbul. Il 13 giugno 2025, Israele avvia nella notte una vasta offensiva aerea contro l’Iran, colpendo impianti nucleari, installazioni militari e residenze di alti dirigenti del regime di Teheran nell’operazione denominata Rising Lion. Più di 200 velivoli dell’aeronautica israeliana prendono parte all’azione, supportati da cyber-attacchi e operazioni di intelligence mirate; tra gli obiettivi figurano Natanz, Khondab, Khorramabad, Teheran e Isfahan. Negli attacchi vengono uccisi il comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione, generale Hossein Salami, il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, Mohammad Bagheri, e alcuni importanti scienziati nucleari. Trump definisce l’operazione eccellente e accusa Teheran di non aver colto la possibilità di trattativa sul programma nucleare che le era stata offerta; l’Iran risponde con il lancio di missili e droni verso Israele.

Per comprendere come si sia arrivati a questo punto, occorre tornare alle tappe che hanno costruito, nel tempo, l’ossatura della rivalità. Nel 2024, il 1 aprile, il consolato iraniano a Damasco viene colpito in un raid israeliano: secondo le autorità iraniane i morti sono sedici, tra cui diversi membri dei pasdaran, compresi il generale Mohammad Reza Zahed, comandante delle forze Quds, e il suo vice. Teheran promette vendetta. Il 14 febbraio 2024 un attacco di sabotaggio israeliano provoca diverse esplosioni su un gasdotto iraniano che collega la provincia occidentale di Chaharmahal e Bakhtiari alle città sul Mar Caspio. Il 7 ottobre 2023, militanti di Hamas e della Jihad islamica dalla Striscia di Gaza irrompono in Israele, uccidendo 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi; la guerra più intensa tra Israele e Hamas inizia in quel momento, e l’Iran, che ha armato Hamas, offre sostegno ai militanti. Nel 2022, a giugno, l’Iran accusa Israele di aver avvelenato due scienziati nucleari in città diverse a tre giorni di distanza, anche se le circostanze restano poco chiare. Nel 2021, l’Iran avvia l’arricchimento dell’uranio fino al 60%, il livello di purezza più elevato mai raggiunto e tecnicamente a un passo dal 90% necessario per l’impiego militare. Nell’aprile 2021 un attacco prende di mira l’impianto nucleare sotterraneo di Natanz; Teheran accusa Israele, che non rivendica, mentre i media israeliani riportano ampiamente che il governo ha orchestrato un attacco informatico capace di causare un blackout nell’impianto. Nel novembre 2020, Mohsen Fakhrizadeh, uno dei massimi scienziati militari iraniani nel campo nucleare, viene ucciso da una mitragliatrice telecomandata mentre viaggia in auto fuori Teheran; un alto funzionario della sicurezza iraniana accusa Israele di aver usato dispositivi elettronici per eliminarlo a distanza. Nel 2020, gli attacchi israeliani contro il programma nucleare iraniano si intensificano dopo il ritiro degli Usa dall’accordo del 2015; nel luglio 2020 una misteriosa esplosione distrugge un impianto di produzione di centrifughe a Natanz, e Teheran accusa Israele. Nel 2018, Netanyahu afferma che Israele ha ottenuto decine di migliaia di pagine di dati che dimostrerebbero che l’Iran aveva nascosto il proprio programma nucleare prima di firmare l’intesa con le potenze mondiali nel 2015; un ex capo del Mossad conferma che le informazioni sono state raccolte nel 2018 da più di una dozzina di agenti non israeliani da casseforti a Teheran. Sempre nel 2018, il presidente americano Donald Trump si ritira unilateralmente dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano. Nel 2015 le potenze mondiali e l’Iran avevano annunciato un’intesa di lungo termine, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action), che limitava l’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran in cambio della revoca delle sanzioni economiche. Nel 2010 viene scoperto il virus informatico Stuxnet, che molti ritengono una creazione congiunta di Stati Uniti e Israele; il software danneggia e distrugge varie centrifughe iraniane. 

Nel 2009, sotto la presidenza di Barack Obama, Stati Uniti e Iran aprono un canale segreto per lo scambio di messaggi nel sultanato dell’Oman. Sempre nel 2009, le controverse elezioni presidenziali iraniane confermano la rielezione di Ahmadinejad nonostante le accuse di brogli, provocando le proteste del Movimento Verde e una violenta repressione governativa. Nel 2006, dopo l’elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, sostenitore della linea dura, l’Iran annuncia la ripresa dell’arricchimento dell’uranio; Gran Bretagna, Francia e Germania abbandonano i colloqui, giunti a un punto morto. Nel 2003, Regno Unito, Francia e Germania avviano negoziati con l’Iran sul nucleare; nello stesso anno, l’Iran sospende l’arricchimento dell’uranio. Nel 2002, i servizi segreti occidentali e un gruppo di opposizione iraniano rivelano l’esistenza dell’impianto segreto di arricchimento di uranio di Natanz. Il percorso più remoto risale al 1979, quando lo scià Mohammad Reza Pahlavi, gravemente malato, fugge dall’Iran nel mezzo delle proteste popolari; Pahlavi manteneva legami economici e di sicurezza con Israele. L’ayatollah torna a Teheran dopo anni di esilio e la rivoluzione islamica lo porta al potere; gli studenti occupano l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, dando inizio alla crisi degli ostaggi durata 444 giorni. Il programma nucleare iraniano viene sospeso sotto la pressione internazionale e la nuova teocrazia iraniana identifica Israele come il nemico principale. Ancora prima, nel 1967, l’Iran entra in possesso del suo primo reattore di ricerca, quello di Teheran, nell’ambito del programma americano Atomi per la pace.

Red - 1269500

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