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CLARA MOSCHINI

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Russia-Ucraina-Nato: ma Erdogan da che parte sta?

Troppi interessi in gioco per il leader turco, ora stretto fra tre fuochi

Nella violenta partita a scacchi che si sta giocando lungo le rive del Mar Nero tra Russia e Ucraina una delle posizioni più difficili da intrepretare è quella del leader turco Recep Tayyip Erdogan. Da che parte sta?, si chiedono tutti gli analisti internazionali. Sta dalla parte della Russia e del suo amico Putin o da quella dell'occidente, diciamo pure del presidente Joe Biden, e della Nato di cui fa parte?

Di certo la questione preoccupa il solitamente impassibile Erdogan, pronto quando si tratta di non riservare un posto a sedere al presidente della Commissione Ue Ursula von del Leyen, decisamente meno pronto adesso a prendere una posizione netta nei confronti del conflitto russo ucraino. 

Una guerra che lo preoccupa, questo è certo, visto che proprio mercoledì 23 febbraio, alle prime avvisaglie di attacco, ha interrotto all'improvviso il proprio tour in Africa iniziato pochi giorni fa, il 20 febbraio, carico di aspettative per futuri rapporti commerciali (militari) con le nazioni africane, soprattutto quelle sub-sahariana su cui Ankara punta gli occhi per vendere i suoi droni da combattimento (vedi AVIONEWS Industria difesa turca si espande in Africa).

Il leader turco, si sa, intrattiene legami amichevoli sia con Mosca sia con Kiev. La prim esternazione, dicono le agenzie, è stata di condanna per l'attacco: Erdogan ha affermato che il riconoscimento da parte della Russia delle regioni separatiste dell’Ucraina “è inaccettabile”, e ha esortato al rispetto del diritto internazionale. La Turchia si è addirittura proposta come mediatore neutrale per una soluzione pacifica della crisi offrendo, lo scorso 16 febbraio, di ospitare i leader dei due Paesi o colloqui a livello tecnico a Istanbul o ad Ankara. Adesso però lo scacchiere è cambiato. Ed è cambiata anche l'opinione di Erdogan sulla questione. 

È di oggi infatti la notizia riportata da Reuters secondo cui il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha affermato che "la Turchia non può impedire alle navi da guerra russe di accedere al Mar Nero attraverso i suoi stretti, come richiesto dall'Ucraina, a causa di una clausola di un patto internazionale che permette alle navi di tornare alla loro base, ha detto venerdì". Attenzione a un dettaglio: a comunicare la notizia non è stato Erdogan, ma il suo ministro degli Esteri. Non è cosa da poco. Possibile, dunque, che il leader turco non sappia che pesci prendere, al momento. Anche perché la dichiarazione arriva giusto dopo che l'Ucraina ha fatto appello alla Turchia per bloccare le navi da guerra russe dal passare attraverso i Dardanelli e gli stretti del Bosforo che portano al Mar Nero.

Secondo la Convenzione di Montreux del 1936, la Turchia ha il controllo sugli stretti e può limitare il passaggio delle navi da guerra in tempo di guerra o in caso di minaccia: la richiesta, però ha messo il membro della Nato in una posizione difficile mentre cerca di gestire i suoi impegni occidentali e gli stretti legami con la Russia.

Parlando in Kazakistan, il ministro degli Esteri Çavuşoğlu ha detto che la Turchia sta studiando la richiesta di Kiev, ma che la Russia ha il diritto, secondo la Convenzione, di riportare le navi alla loro base, in questo caso il Mar Nero. "Se i Paesi coinvolti nella guerra fanno una richiesta per far tornare le loro navi alle loro basi, questo deve essere permesso", ha scritto il quotidiano Hurriyet, citando Çavuşoğlu. Il ministro ha addirittura aggiunto che gli esperti legali turchi stanno ancora cercando di determinare se il conflitto in Ucraina può essere definito come una guerra, il che permetterebbe di invocare i mandati della convenzione.

In realtà oggi è intervenuto anche Erdogan, seppur in maniera defilata. Secondo Reuters il premier, senza convocare conferenza stampa, avrebbe dichiarato che la reazione della Nato e dei Paesi occidentali all'assalto della Russia "non è stata decisiva", aggiungendo di sperare che un vertice virtuale della Nato possa portare a un "approccio più determinato da parte dell'alleanza". 

Insomma, è evidente la Turchia si trova tra due (o meglio, tre) fuochi. Erdogan ha coltivato buoni legami sia con la Russia che con l'Ucraina ma tiene anche un occhio (di riguardo) puntato sugli Stati Uniti. Ankara ha perseguito la cooperazione con Mosca sulla difesa e l'energia, ma ha anche venduto aerei droni all'Ucraina e ha siglato un accordo per co-produrne altri. Si oppone anche alle politiche russe in Siria e Libia, così come alla sua annessione della Crimea nel 2014. 

La Russia è il terzo partner commerciale della Turchia, dopo Germania e Cina, con un interscambio di 34,7 miliardi di dollari nel 2021. La cooperazione tra Turchia e Russia si è sviluppata in diversi ambiti, soprattutto quello, il più importante, costituito dall’energia, in particolare dal gas naturale. Con oltre il 33% degli approvvigionamenti di gas, la Russia è il primo fornitore della Turchia. 

Il legame Erdogan-Putin è stretto e non piace agli americani. Anche perché, nel 2019, ha portato sul tavolo un'altra questione, ben più spinosa: il problema, ancora irrisolto, del sistema missilistico russo S-400 acquistato da Erdogan e molto malvisto da Biden (vedi AVIONEWS Vertice Biden-Erdogan per affrontare questione missili S-400). 

Altra questione spinosa, è quella degli aerei caccia F-35, anche questa irrisolta. Proprio a ottobre scorso Erdogan ribadendo che Ankara deve essere risarcita dopo l'esclusione dal programma di cooperazione sullo sviluppo degli F-35: la Turchia, infatti, aveva investito 1.2 miliardi di Euro, ma era stata bandita da programma per avere comprato il famoso sistema di difesa missilistico russo S-400, azione ritenuta "incompatibile con la cooperazione militare" con Washington (notizia AVIONEWS Turchia e Usa trattano sugli aerei F-35). A questo si aggiungono i rapporti sempre più stretti tra Turchia e Ucraina, soprattutto dal 2014, quando Ankara non riconobbe l'annessione della Crimea alla Russia, regalandosi di fatto l'aumento dell'interscambio commerciale con il Paese oggi sotto attacco russo: l'interscambio ha raggiunto 7,4 miliardi di dollari con l'obbiettivo di arrivare a 10 miliardi dopo la firma dell'accordo di libero scambio in occasione della visita di Erdogan a Kiev a inizio febbraio, ossia pochi giorni fa, già in piena crisi dunque. Sempre a febbraio è stato firmato anche l'accordo di cooperazione per la produzione dei droni turchi da combattimento in Ucraina.

La Turchia insomma è fra tre fuochi: Russia, Ucraina e Nato, e anche se ha manifestato sostegno all'Ucraina si guarda bene da compiere mosse azzardate, soprattutto per non dispiacere Mosca. Non a caso, proprio Erdogan, in uno dei suoi laconici commenti di queste ore, non ha usato il termine "invasione" parlando dell'attacco russo. Si è limitato a una tiratina d'orecchie, diciamo. Un buffetto, giusto per non sbilanciarsi... 

fc - 1242509

AVIONEWS - World Aeronautical Press Agency
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