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Leonardo: pignorato un quinto dello stipendio di Profumo

Il tribunale di Bari si pronuncia sul crac Divania e lo condanna a una misura cautelare patrimoniale

Un'altra tegola, piuttosto pesante, cade sul capo di Alessandro Profumo, ad di Leonardo. Dopo la condanna in primo grado a sei anni di reclusione per aggiotaggio e false comunicazioni sociali relativa al filone d'inchiesta su Monte Paschi, adesso il tribunale di Bari gli applica la misura cautelare del pignoramento di un quinto dello stipendio. I fatti riguardano il crac Divania, azienda di Modugno (Bari) fallita per colpa di alcune pratiche azzardate messe in atto da Unicredit, all'epoca guidata da Profumo (poi da Federico Ghizzoni, anche lui titolare di una misura cautelare dello stesso tipo). Adesso, un articolo de L'espresso rende noto il provvedimento giudiziario che ha colpito quattordici manager che guidavano Unicredit negli anni del boom dei derivati, cioè di quei prodotti finanziari ad alto rischio che venivano venduti dalle più importanti banche italiane e straniere. Il crac Divania riguarda uno dei casi più gravi. Il proprietario di questa industria pugliese, rovinata dai derivati, ha reagito con una denuncia penale. Attenzione, perché qui parliamo di un industriale strangolato dai derivati, il quale ha video-registrato di nascosto i suoi incontri con i funzionari di Unicredit che gli hanno fatto firmare contratti finanziari ad altissimo rischio. Profumo ha guidato Unicredit dal 1998 al 2010, Ghizzoni tra 2010 e 2016. I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2000 e il 2005. “Mi hanno rovinato. Ho dovuto chiudere l'azienda e licenziare tutti i miei 430 operai”, denunciava all'epoca Francesco Saverio Parisi, titolare di Divania, fabbrica di divani che, prima del 2003, era una delle prime industrie esportatrici della Puglia con 65 milioni di euro di fatturato, vendeva i suoi divani in pelle anche all'estero, soprattutto negli Stati Uniti, e non aveva mai avuto problemi di liquidità. “Ci ho messo un anno a capire come i banchieri hanno distrutto la mia impresa. Ora li ho denunciati, per truffa e usura, e li ho citati a giudizio davanti al tribunale civile. Come tutte le vittime dei derivati, posso sembrare Davide che sfida Golia. Ma invece della fionda ho la telecamera”, sottolineava Parisi.

Nel febbraio scorso il giudice dell'udienza preliminare ha rinviato a giudizio i dirigenti di Unicredit in carica all'epoca dei fatti, tra cui l'ex amministratore delegato Federico Ghizzoni e il suo predecessore Alessandro Profumo. I banchieri si sono così ritrovati imputati di bancarotta fraudolenta davanti al tribunale di Bari, dove aveva sede Divania. L'accusa di bancarotta, scrive l'Espresso, è legata alla scoperta che la banca avrebbe “manipolato e falsificato” i contratti, truccando le date e i contenuti di molti atti i cui originali sono scomparsi. Secondo i giudici il titolare di Divania, Parisi, sarebbe stato “ingannato” sulla struttura dei derivati che gli venivano presentati come “strumenti di copertura contro i rischi di cambio del dollaro”, mentre in realtà erano complicate e rischiose “combinazioni di contratti di opzione”. In questo modo veniva occultata la loro natura di pericolose scommesse finanziarie. Due mesi fa il titolare dell'azienda danneggiata, Parisi, costituito parte civile, ha chiesto il sequestro conservativo dei beni degli imputati, per garantirsi i futuri risarcimenti in caso di condanna dei banchieri. Ed ecco che adesso la seconda sezione penale del tribunale di Bari (presidente Mascolo, giudici a latere Moretti e Mastromatteo) accoglie l'istanza di misura cautelare di tipo patrimoniale. Nel decreto di rinvio a giudizio, Profumo è chiamato in causa come ex amministratore delegato di Unicredit e presidente della controllata Ubm: secondo l'accusa, scrive ancora l'Espresso, era lui che “elaborava, dirigeva e coordinava le strategie di commercializzazione dei derivati alle imprese clienti della banca, tra cui Divania spa”. L'accusa si fonda anche sui risultati di un'ispezione della Consob, che nel 2007 aveva multato l'intero vertice di Unicredit proprio per gli affari con i derivati, chiusi con perdite gravi a carico di un totale di 12.700 aziende italiane. Nel provvedimento del tribunale di Bari intestato ai 14 banchieri, di cui l'Espresso ha ottenuto copia, si legge che il tribunale “dispone il sequestro conservativo dei beni immobili di proprietà degli imputati”, dei beni mobili e dei conti correnti postali o bancari intestati ai medesimi, nonché di eventuali depositi titoli e strumenti finanziari, fino a raggiungere la complessiva somma di 40 milioni di euro. Siccome gli immobili di proprietà degli imputati non appaiono sufficienti, il tribunale “dispone il sequestro conservativo, nella misura di un quinto, degli emolumenti derivanti da retribuzioni o pensioni che verranno incassati durante tutto il processo dagli stessi imputati”. Ecco perché all'ad di Leonardo viene sequestrato un quinto dello stipendio, limite massimo consentito dalla legge: Profumo, infatti, scrive l'Espresso, “non risulta proprietario di alcun immobile, non ha niente di intestato, neppure una prima casa o un box per auto”.

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AVIONEWS - World Aeronautical Press Agency
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